Festa di Primavera, ovvero la sagra del Pigozzo, da un racconto di Lino Battan

La passione per la fotografia e la video creatività

Ogni anno si svolge alle porte di Battaglia Terme, provenendo da Padova in direzione Monselice lungo la S.S. 16 Adriatica, la tradizionale festa del Pigozzo, che sembra risalga al 1887.

Leggendo la pubblicazione  “Il Pigozzo” (Editrice La Galiverna) a cura di Paola Zampieri con la collaborazione del compianto Prof. Gianfranco Turato, viene riportato che la tradizione popolare definisce dialettalmente questo luogo “Pigosso” che è il picchio, una festa quindi che apre alla primavera. Vale la pena leggere questo libriccino in quanto si scopre non solo la storia e la tradizione, ma anche l’aspetto religioso e la devozione a Maria, che dal racconto di alcuni barcari di un tempo sembra abbiano avuto la sua apparizione proprio sul canale adiacente al castello del Cataio.

In questa annuale ricorrenza ho voluto pubblicare dopo il filmato risalente ancora a Marzo del 1996 e lo slide fotografico qui a seguito, un personale racconto di tanti anni fa del caro amico Lino Battan, un battagliense DOC che ho conosciuto virtualmente attraverso i social network, condividendo la passione per le vecchie e gloriose locomotive a vapore.

Lino non risiede più a Battaglia Terme da tanti anni, ma nei suoi molteplici racconti che trovo in rete o che condivide direttamente con me, si sente che sia il suo cuore e la sua mente sono qui in questa terra.

Lasciatevi cullare letteralmente da quanto scrive con animo puro e sensibile, degno di una persona che reputo unica per le sue parole e per quanto ha fatto e fa tuttora per i più bisognosi.

Sono felice Lino di averti conosciuto, e spero mi darai occasione ancora di condividere sul mio sito web le tue storie, che sono momenti di vita che un po’ tutti i battagliensi hanno vissuto.

Antica Chiesetta Del Pigozzo

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Lino Battan

E’ sera ormai, sceso dal treno, come da un viaggio, attendo che s’avvii in direzione di Monselice; un tempo la locomotiva si allontanava stantuffando e lanciando sbuffi di vapore a destra, a sinistra e fumo nero verso il cielo quasi a cercare di coprirsi per scomparire modestamente dopo aver regalato il prezioso servizio.
Laggiù sento lo scampanellio delle sbarre che già si alzano, e sulla piazza mi volto per un ultimo sguardo alla bella stazione che, studente, mi riceveva tutte le mattine di buon’ora. Raggiungevo Padova col treno dalle 06:49 e poi… scarpinata di oltre tre chilometri per arrivare al glorioso Istituto Marconi.
M’incammino lungo il solenne e ben tenuto Viale Matteotti, intravvedo già la splendida fontana, Monumento ai Caduti, con a destra la vecchia scuola di avviamento e a sinistra il famoso bar Roma dove, un televisore esposto all’esterno, sulla piazza, mi permetteva da ragazzo di seguire i memorabili incontri di pugilato dell’indimenticato campione del mondo Duilio Loi.
Di fronte l’asilo infantile, luogo del mio primo approccio sociale, non facile per timidezza e presenza di ragazzi grandi, in ritardo a causa degli eventi bellici.
Prendo a sinistra, presto sono di fronte alla caserma dei carabinieri e mi ritorna un vivido preciso ricordo del 1962.
Assegnato alla regione Nord Est, per il servizio di prima nomina, devo presentarmi al comando dei carabinieri per notificare il mio arrivo nel distretto.
E’ la prima uscita in divisa da “Ufficiale”, mi sento un po’ impacciato, suono alla porta della caserma che prontamente si apre e…“Comandi signor tenente!”, il maresciallo in carica mi sorprende con un sonoro scatto sull’attenti. Un po’ turbato, rispondo subito: Ri.poso!
Mentre espleto la procedura di registrazione mi sento pervaso da un senso di lieve disagio, mi riesce difficile accettare che una persona cosi rappresentativa, matura e rispettabile, potrebbe essere mio padre, si metta premurosamente a mia disposizione in attesa di ordini da eseguire.
“Signor maresciallo, la ricordo sempre non solo con stima e rispetto ma anche con sincero affetto. Grazie per il gesto, per lei di doverosa sottomissione nei miei confronti, per me scoperta straordinaria di lealtà e rispetto “Professionale” che porterò sempre impresso nella memoria.”
Dal Ponte Nuovo uno sguardo a 180 gradi per intravvedere la direzione del percorso, fra l’esercizio Piva e il ponte, sul quale lo scattante atletico giovane Berengan, figlio della mia ex maestra, dopo la rincorsa di una quindicina di passi si lanciava superando con stacco acrobatico il muretto laterale del ponte e al termine di un lungo volo d’angelo, si immergeva con un tuffo perfetto al centro del canale.
Occasionali spettatori trattenevano il fiato in attesa di vederlo riaffiorare ben lontano verso lo squero, dopo una straordinaria permanenza sott’acqua.
In pochi passi eccomi alle chiuse del “Bacino”, mi sporgo per verificare il dislivello fra la strada in alto e l’acqua del Rialto in basso; perplesso, ne resto ancora sorpreso e penso a quei ragazzi audaci e coraggiosi che la domenica pomeriggio si ritrovavano sul posto per saltare uno alla volta nell’abisso, dal parapetto della statale a piombo nel sottostante canale dove impattavano con un sordo tonfo sollevando vere montagne d’acqua che scrosciando spumeggianti riprendevano poi la consueta piatta tranquillità. Ragazzi quali esperienze… che giovani a quei tempi… capaci di imprese coraggiose e di abilità assolutamente inconsuete oggi nell’era del digitale.
La luce sta’ scemando piano piano, in corrispondenza delle officine Carturan vedo già le prime lampade accese sulle bancarelle al Pigozzo e sullo sfondo il Castello del Catajo che scuro si staglia alto e imponente appoggiato alle pendici del Colli Euganei.

Oh… da bambino, quali emozioni per la Sagra del Pigozzo, fin dalla vigilia rientrando da scuola immaginavo le bancarelle allineate da ambo i lati della strada, le luci, i colori, i rumori festosi e le persone allegre, arrivavo a casa col cuore che già mi martellava nel petto e col desiderio forte forte di poter restare per un giorno a casa da scuola… no no non potevo farlo, avrei mancato al mio dovere, papà non si sarebbe mai sognato di saltare un giorno di lavoro.
Dopo pranzo eccomi sullo spiazzo fra la chiesetta e l’argine del canale a controllare la buca profonda predisposta per innalzare l’albero della cuccagna, i barcari non hanno ancora portato uno dei loro alberi di maestra ed io non perderò l’occasione per assistere all’operazione di innalzamento. Quanti andirivieni da casa alla strada al posto della cuccagna in trepidante attesa fino a quando ecco che lungo l’argine del canale arrivano i barcari trasportando a mano il gigantesco liscio lucente perfetto albero per la cuccagna. Il mio cuore corre a cento quando in due tengono la base dell’albero appoggiata nella buca mentre altri due tirano delle lunghe funi fissate in alto e cosi, facendo leva, lo mettono in verticale e lasciano fissata sulla cima una piccola carrucola ed una funicella da utilizzare per sollevare e sospendere in cima il cerchio con appesi i premi. Terminato il riempimento della buca procedono a battere il terreno per garantire la stabilità.
Loro poi se ne vanno io no, non riesco a staccarmi da questo bellissimo obelisco di legno gli giro e rigiro intorno ammirando l’altezza, l’esatta verticalità ed improvvisamente ecco… lo vedo sbandare, muoversi in alto, ho l’impressione che si stia spostando verso destra, temo che stia per cadere, vorrei gridare aiuto, chiamare papà, non riesco a staccare gli occhi, mi sento a disagio, mi prende un capogiro, siedo a terra e da li, nello stato di panico in cui mi trovo, rialzo la testa e guardo in alto, oh no… non riesco a placare il turbamento, l’albero non sta cadendo verso destra è una nube soffusa che gli passa sopra alta nel cielo correndo verso sinistra; che emozione travolgente, devo correre a casa per calmare l’agitazione con un sorso d’acqua.
ll mattino successivo, giorno della sagra, per prima cosa apro la finestra e controllo cosa succede intorno alla chiesetta, no non c’è nessuno, allora tutto spedito mi preparo e scendo a fare colazione, nel frattempo che mamma prepara il latte faccio una scappata in strada e ritorno un po mogio perché ancora non s’è vista anima viva.
Finalmente parto per andare a scuola e stavolta in strada ci sono delle persone che col gesso segnano alcuni spazi a terra, la cosa mi fa già contento e procedo verso il Bacino, non senza girarmi di tanto in tanto per controllare se dietro nel frattempo arriva qualcun’altro. Che mattinata lunga, sembra non terminare mai, che difficoltà a seguire le lezioni, la mia mente evade in continuazione, scappa verso il Pigozzo e devo catturarla e riportarla alla realtà fra i banchi della scuola. Alla fine arriva il suono della campanella… esco spedito dalla classe e poi via di corsa senza prendere fiato fino al Pigozzo, l’emozione mi toglie il respiro, diverse bancarelle sono già piazzate altre sono in fase di allestimento, non so se ci sia davvero tanto fermento o se sono invece le mie percezioni che oltrepassano la realtà. Trascorreranno molte ore prima che il mio fantastico volo infantile giunga al termine… a tarda sera il cuoricino esausto mi lascerà abbandonato su una sedia con la testa ciondoloni sul tavolo mentre nell’innocenza lo spirito beato continua imperterrito a volteggiare in sogno sulla Sagra del Pigozzo.

Ora, dopo le officine Carturan, incontro le prime persone a passeggio ma in prossimità del Pigozzo c’è una vera folla e qualche rara auto incontra difficoltà a superare lentamente la calca. Ci sono bancarelle a destra e a sinistra, ragazzi e adulti che si spostano da un lato all’altro della strada, qui esposti dolciumi, canditi, croccanti, torroni, frutta caramellata, dal lato del canale bancarelle con calendari, almanacchi, cartoline, carte da gioco, piccoli giocattoli e, festa per gli occhi e per l’immaginazione, dopo gli articoli multicolori di ceramica e di terracotta con statuette, vassoi, vasi, ed articoli vari, ecco le postazioni con le piccole Ocarine e i favolosi coloratissimi Cuchi, piacevoli a vedersi e voce tipica della sagra a scandire musica ovattata per l’udito e a suscitare, nel contempo, sopiti sentimenti ed emozioni. Mi volgo ora alla Chiesetta del Pigozzo già tutta illuminata, mi ricorda l’operosità e l’entusiasmo dei signori Antico e Maggio impegnati per giorni nei preparativi delle cornici a cui appendere le lampadine per illuminare adeguatamente i profili della chiesetta stessa. Proprio di fronte, contro il muretto della piazzetta, in bella mostra, la colorata profumatissima bancarella del Tiramolla… mi scopro intento a seguire le manipolazioni di un blocco di pasta rosata: tirare la massa appesa al gancio, spezzarla, rimetterla insieme, arrotolarla e riprendere il lavoro al gancio; quale impaziente attesa per tutti… prima che l’abile pasticcere si metta a filare i bei bastoncini dolci e a deporli sui vassoi.
Con grande gioia nel cuore e forte titubanza, con entusiasmo e timore ora svolto l’angolo per vedere, in mezzo alla fiumana che si muove verso l’argine del canale, la mia vecchia casetta. A lato della chiesa, contro la parete orientale ecco, sfolgorante di luci, una tenda con appese sul fondo miriadi di invitanti bamboline e pupazzetti colorati, premio per i più abili nel tiro a segno, da effettuarsi con piccole carabine ad aria compressa e proiettili di sughero. Per ultima la postazione del lancio delle palle di stoffa, e già alcuni giovani si sfidano a colpire l’apposito bersaglio.
Districandomi un poco procedo a stento in mezzo alla ressa… BOOM!!!
… silenzio, buio profondo, il nulla…resto scosso e confuso per un istante, poi realizzo… era un sogno.

Maledetto bersaglio, colpito proprio adesso…è lo scoppio terrificante del petardo a por fine a tutto.
Perché improvvisamente i bei sogni devono finire cosi?
Ero arrivato… m’aspettavo entrando in casa di ritrovare le cose familiari, che peccato, che sensazione di perdita… che struggente mancanza… “Non ho visto la mamma e nemmeno papà”

 

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